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La poesia bohemienne

“Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà”

Il 1893 è l'anno del successo di Manon ed è l'anno in cui Puccini cominciò a lavorare alla Bohème.
Il testo da cui Puccini trasse ispirazione, era già al vaglio di un altro grande dell'opera, Leoncavallo. La disputa fu liquidata da Puccini con l'affermazione "Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà". Il musicista lucchese cominciò a lavorare sulla versione in italiano del romanzo d'appendice di Henry Murger, "Scènes de Bohème" del 1851, edita da Sonzogno, mettendo subito alla prova la sinergia collaborativa di Giacosa e di Illica.
Nell'aprile 1894 Puccini, forse colto dall'istinto di competizione alla luce dei successi avuti dalla Cavalleria di Mascagni e dai Pagliacci di Leoncavallo, prese contatti con Verga per musicare e inscenare La Lupa. Come era suo solito quando pensava ad un personaggio, Puccini incontrò l'autore in Sicilia ed ebbe modo di approfondire i dettagli dei colori della terra e delle sfumature dei personaggi. Decise di mollare l'impresa perché riteneva che l'assenza di una figura luminosa, simpatica all'interno del romanzo di Verga non soddisfacessero il suo stile.
Tornando dalla Sicilia si dimostrò soddisfatto del lavoro compiuto da Illica sulla Bohème, pertanto Giacosa ebbe modo di dedicarsi al perfezionamento poetico dei 4 quadri componenti l'intera opera.
Per Bohème furono scelti veri e propri interpreti professionisti, come Cesira Ferrani (Mimì), Evan Gorga (Rodolfo), che formassero un forte complesso omogeneo sulla scena.
Il 1 febbraio 1896 il ventiseienne Toscanini diresse la prima della Bohème di Giacomo Puccini al Teatro Regio di Torino. La critica non fu benevola, il compositore fu definito "fabbricante di canzoni popolari" dal sentimentalismo facile.
Così scrisse Carlo Bersezio su La Stampa "La Bohème come non lascia grande impressione sull'animo degli uditori, non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene, se l'autore, considerandola come l'errore di un momento, proseguirà la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve traviamento del cammino dell'arte.". L'agente teatrale, Carlo D'Ormeville, decretò il futuro di quest'opera in uno storico telegramma che recitava "Bohème opera mancata non farà giro".
Ma la tesi non tardò a essere smentita: Puccini aveva creato in Bohème un mondo di sogno rendendo vive le emozioni, aveva permesso al pubblico di identificarsi con i personaggi così come lui stesso aveva fatto. Era un'opera che sentiva come "provata" sulla sua pelle in tutti i colori e le sfumature che aveva dato ai luoghi e ai personaggi: i quattro giovani de La Bohème sono come tutti i giovani artisti che dividono la soffitta e fanno grandi sogni. Anche lui aveva diviso la stanza con Mascagni, aveva vissuto la vera vie de bohème nelle capanne in riva al lago di Massaciuccoli con gli amici di sempre, anche lui aveva impegnato il cappotto come Colline. Mimì è la dolce ragazza coinvolta in un amore che, purtroppo, ha un destino infelice: Puccini la rende profondamente umana nella sua delicata passione ma anche nella sua profonda agonia. Insomma, Puccini aveva tradotto musicalmente la fugacità del tempo e della giovinezza in questo ambiente di sogni e di fragilità, dando all'opera i requisiti necessari per diventare grande. E così fu.
"La melodia di una rara facilità è sparsa a piene mani nello spartito del Puccini e spesso, come nelle belle scene tra Mimì e Rodolfo, il compositore ottiene singolari effetti drammatici con mezzi relativamente semplici", scrive il Times dopo la rappresentazione di Manchester.
A Manchester seguirono Glasgow, Edimburgo, Parigi, Berlino.
L'opera si era riscattata della freddezza del Regio e si avviava ad entrare nella storia delle opere più amate in tutto il mondo.