Comitato Nazionale Celebrazioni Pucciniane
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La povera farfalla dell’oriente

“L’opera più sentita e più suggestiva ch’io abbia concepito”

Dal momento che Ricordi continuava assiduamente a portare avanti la politica del lancio italiano delle opere musicate da Puccini, lo scontro con Sonzogno andava crescendo: la lotta era a chi si accaparrava il dominio delle maggiori piazze italiane. In questa missione Sonzogno non risparmiò alcun colpo basso, persino quello di pilotare alla critica negativa una platea in maniera preordinata o di spingere certi commenti giornalistici. I presagi si ebbero con la Bohème del Regio in cui, all'entusiasmo dimostrato dal pubblico, si contrappose una critica che non fu senz'altro benevola con il compositore lucchese. A Roma le recensioni di Tosca non permisero all'opera di brillare di quella luce che il tutto esaurito del Costanzi gli dava. La situazione andò degenerando alla prima scaligera della Madama Butterfly.
Le indecisioni e le incertezze nella scelta dei personaggi sembravano moltiplicarsi: Puccini dapprima rifiutò il "Don Pietro" di Roberto Bracco, si interessò, e con lui spinse anche Illica a farlo, ai lavori di Dostoevskij ("Memorie di una casa di morti"), di Zola ("La faute de l'Abbé Mouret"), di Balzac ("Le dernier chouan"), di Goldoni ("La locandiera") e molti altri. Si arrivò persino a parlare di una possibile collaborazione con il grande D'Annunzio ma non ci fu niente da fare. Puccini non era convinto.
Puccini fu ispirato dalla messa in scena della "Madame Butterfly" di David Belasco tratto dal racconto "Madame Butterfly" di John Luther Long (1898). Prese parte alla rappresentazione del dramma di Belasco nell'estate 1900 al Duke of York di Londra dove si trovava per curare la messa in scena di Tosca. Conosceva ben poche parole in inglese ma fu attratto dal pathos del dramma di amore e morte, dall'atmosfera orientale. Era un dramma dalla forte carica sentimentale e rientrava a pieno titolo nella moda dell'esotismo giapponese che aveva suggellato il successo dell'Iris di Mascagni nel 1898.
Rientrato a Milano decise di mettersi al lavoro: Belasco aveva ceduto i diritti di musicare la sua rappresentazione il 1 Aprile 1901 e, da questa data, Puccini, Giacosa e Illica cominciarono l'impresa. Il 25 febbraio 1903 un incidente d'auto costrinse il compositore a una lunga convalescenza per la frattura della tibia destra, guarigione che si profilò più lunga del dovuto in quanto il diabete ne aveva peggiorato le condizioni. La Butterfly sarà ultimata nel dicembre del 1903.
L'attenzione ai particolari spinse il compositore ad approfondire il contesto esotico, soprattutto dal punto di vista musicale, e riuscì veramente a completare un lavoro innovativo dove gli elementi tradizionali della melodia occidentale si fondono e convivono con costruzioni musicali e vibrazioni della tradizione orientale.
La prima dell'opera, nella versione originale in due atti, andrà in scena al Teatro alla Scala di Milano il 17 Febbraio 1904 con un cast artistico d'eccezione tra cui Rosina Storchio (Butterfly), Giovanni Zanatello (Pinkerton) e Giuseppe De Luca (Sharpless), con la direzione del Maestro Cleofonte Campanili. Sarà un disastro di critica e di pubblico, un fiasco tra "Grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate, i soliti gridi solitari di bis fatti apposta per eccitare ancor di più gli spettatori", così recitò l'editoriale di "Musica e Musicisti" scritto con ogni probabilità dalla stesso Ricordi. La claque ostile in teatro aveva boicottato la riuscita dell'opera di Puccini. Ovviamente la tesi del complotto fu difficilmente avvalorabile ma fu Giacomo Puccini a provare che la sua Butterfly poteva volare: alcuni ritocchi al primo atto e la suddivisione del secondo in due parti furono le modifiche apportate per la messa in scena al Teatro Grande di Brescia il 28 maggio 1904 (solo 3 mesi dopo la prima). Brescia, a differenza di Milano, osannò la produzione pucciniana. Boito, la sera del tonfo scaligero, aveva definito quest'opera "meravigliosa finezza Butterfly gioiello produzione pucciniano": Brescia fu la riprova che né Sonzogno, né nessun altro poteva fermare la grandezza di Puccini.